Le sette agnelle e Maria agnella. Firenze “agna gentile” di un tempo che fu
La città delle sette agnelle e il patriarca pastore
Bersabea è una popolosa città della Palestina, a 70 km a sud di Gerusalemme. Fu anche il luogo dell’antichità biblica dove Abramo piantò un bosco sacro (Genesi XXI, 28-33) per onorare degnamente il Signore. Ha un nome che in un gioco di parole significa pozzo del giuramento oppure pozzo delle sette, intendendo le sette agnelle che il patriarca mise da parte per risolvere una contesa con Abimèlech. ... Il quale gli chiese cosa significasse quel gesto e ebbe la risposta: «Tu accetterai queste sette agnelle dalla mia mano, perché ciò mi valga di testimonianza che io ho scavato questo pozzo».
Maria agnella
Agnella, in latino agna, fu un attributo di Maria e venne unito di frequente agli aggettivi ‘santa’ e ‘immacolata’. Si riferì anche al suo sacrificio al Tempio e all’essere Madre del Figlio-Pastore-Agnello, al quale fornì la “lana”, cioè la carne umana. Altri suoi significati più o meno collegati sono citati in latino dal p. Ippolito Marracci nella Polyanthea Mariana (traduco):
AGNELLA, la genitrice dell’Agnello Innocente, che è venuto a guarire i peccati del mondo con il Suo sangue.
AGNELLA che, nell’immortalità donataci per volere del Cielo, avvolge noi con la veste della grazia divina, noi, spogliati dalla lana dell’Agnello da lei partorito.
AGNELLA immacolata, accolta nel banchetto angelico, saziata con cibo degli angeli.
AGNELLA completamente immacolata, vittima gradita al Creatore, immolata non con il sangue del sacrificio, ma con la purezza eccelsa.
AGNELLA dalla quale il Pastore fu indotto e strappò le vecchie tuniche mortali.
AGNELLA sterile, se consideriamo l’unione coniugale, ma puerpera se consideriamo il concepimento divino; dalla quale è venuto quell’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo.
AGNELLA celebrata ovunque con molte lodi.
AGNELLA che vide il suo Agnello appeso (o innalzato) sulla croce.
AGNELLA interamente pura, che diede alla luce l’Agnello di Dio al di sopra della misura della natura.
AGNELLA splendente di vello d’oro, dalla quale il Creatore, rivestito della veste della natura, coprì la nostra nudità, coprì il disonore della nostra vergogna, strappò via le nostre tuniche di pelle, ci rivestì della nostra bellezza originale e pose intorno a noi la figura dell’archetipo della bellezza.
AGNELLA immacolata, dalla quale, rivestita del vello della nostra natura, apparve bellissima a noi che siamo nel mondo.
AGNELLA razionale e immacolata della natura umana.
Maria fu detta (raramente) anche agnello, in latino agnus, così citato (Ivi):
AGNELLO casto, i cui fiori e foglie, cioè le preghiere e i meriti, cerca e acquisisce diligentemente e accumula sempre per sé, e in essi, non nella propria virtù, dorme e riposa, il quale [agnello ma anche il suo servo] si affretta a raggiungere la castità perfetta. Poiché Maria è la Madre del bell’amore, calda da una parte e secca dall’altra, come un agnello casto e, sia nella castità che nella carità perfettissima, può condurre i suoi servi agli stessi gradi.
AGNELLO casto, perché come è proprio dell’albero chiamato agnello casto [= agnocasto, arbusto della famiglia delle Lamiacee] spegnere completamente la lussuria, così è proprio della Beata Vergine condurre l’uomo, ponendo il suo cuore nella sua virtù, alla castità perfetta, come accadde a maestro Reginaldo [domenicano, † 1220], già decano di Orleans, al quale, quando era malato fino alla morte, la Beata Vergine apparve e unse tutto il suo corpo con un certo unguento celeste, che non solo lo liberò completamente dal calore della febbre, ma lo temprò anche da ogni ardore della concupiscenza, così che nemmeno il primo moto della libidine germogliasse in lui”.
L’agnella dei poeti
Francesco Petrarca (Le Rime, Sonetto XXIII), traspose in senso figurato il brano del Vangelo sull’agnello in mezzo ai lupi – metafora dei mansueti di fronte alle persone malvagie e crudeli –, e nel particolare invitò una gentile agnella ad affrettare la crociata e il ritorno del papa a Roma nei versi:
“La mansueta vostra, e gentil’agna
Abbatte i fieri lupi: e così vada
Chiunque amor legitimo scompagna.
Consolate lei dunque, ch’ancor bada;
E Roma, che del suo sposo si lagna;
E per Gesù cingete omai la spada”.
Ludovico Ariosto (Orlando Furioso, VIII) fu invece più ‘fiabesco’ e paragonò Angelica alla smarrita e belante agnella in preda ai lupi della sua virtù, per la cui sorte il pastore piange e si lamenta:
“ Deh, dove senza me, dolce mia vita,
rimasa sei sí giovane e sí bella?
come, poi che la luce è dipartita,
riman tra’ boschi la smarrita agnella,
che dal pastor sperando essere udita,
si va lagnando in questa parte e in quella;
tanto che ’l lupo l’ode da lontano,
e ’l misero pastor ne piagne invano.
Dove, speranza mia, dove ora sei?”
Anche Giacomo Leopardi (Alla primavera, o delle favole antiche), oppresso dalla disillusione e dal sentimento di un ingiusto destino, constatava di non poter tornare all’immaginazione fanciullesca ma ugualmente rievocava le agnelle assetate al margine del fiume, dove giungeva Diana di ritorno dalla caccia:
... e il pastorel ch’all’ombre
Meridiane incerte ed al fiorito
Margo [margine] adducea de’ fiumi
Le sitibonde [assetate] agnelle, arguto carme
Sonar d’agresti Pani
Udì lungo le ripe; e tremar l’onda ...”, (dell’arrivo della “faretrata” dea).
Umberto Saba (La sera) poetò su un vecchio patriarca che ammirava tutto ciò che aveva conquistato nella sua faticosa vita.
Vi si può vedere lo stesso Abramo avanti negli anni e dal Signore “benedetto in ogni cosa” (Genesi 24, 1):
“Sull’uscio assiso della pia dimora
egli mirava la nascente stella,
i pingui bovi, le ricciute agnella
La campagna di fiori e frutta carca ...”.
Firenze “agna gentile”
Nel 1905 Isidoro Del Lungo († 1927) in Agna gentile ricordava la rapacità del papato, delle sue legazioni e dell’impero negli anni trenta del trecento e le guerre conseguenti con le quali la repubblica di Firenze cercò la sua salvezza. Del Lungo scriveva in un modo ‘entusiasta’, ma lo stesso gradevole, in quanto erano, i suoi, i tempi d’oro in cui la città, l’Atene d’Italia, si rivelava un centro culturale molto vivo e vantava, oltre ai suoi eccelsi e ammirati monumenti, cittadini operosi, raffinati industria e artigianato con le loro rinomate scuole.
Come avevano già interpretato il Leopardi e il Carducci, Del Lungo si chiedeva chi fosse veramente l’agnella gentile nel verso del Petrarca (v. sopra). Rispondeva che la destinataria dell’invito a cingere la spada di Cristo era la repubblica di Firenze, mansueta e gentile, la quale, a dimostrazione di queste qualità, aveva proprio un agnello nella “insegna della più potente fra quelle Arti che erano esse lo stato”, l’Arte della Lana.
Ricordava anche, con sensibilità, che “le figurazioni di quella zoografia politica”, scolpite nei palazzi o nei pretori, “sono animali battaglieri che di altri animali menano strazio e vittoria.
Era, in più luoghi di Firenze, l’aquila guelfa che ghermiva il drago ghibellino o la volpe pisana; era, nel palagio di Giano a Pistoia, il leon di Firenze che strangolava l’ aretino cavallo sfrenato; e nel sigillo ghibellino di Pisa, era esso il leone fiorentino che soggiaceva all’ aquila imperiale; era sul palazzo di San Giorgio il grifone genovese che di quell’aquila faceva scempio; era, o fu immaginato che fosse, sulla tomba di Corradino in Santa Croce di Napoli, il leone angioino che spennacchiava l’aquilotto venutogli a morir fra le branche; e sulla ringhiera di Palazzo Vecchio era il Marzocco dorato che avea sotto la lupa senese”.
Nel simbolo petrarchesco, pertanto, “abbattitrice della «antica maledetta lupa», sinistra imagine di losche profane cupidigie”, era “«l’ agna mansueta e gentile» [Firenze], insegna d’Arte e di democrazia: della democrazia, trionfatrice pacifica d’ogni rozza e violenta barbarie; quella democrazia, nel cui «bello ovile» Dante non disdegnò, «nimico ai lupi, dormire agnello». Il leone, questa volta «si posava»: era l’«agna» che combatteva e vinceva”.
Del Lungo concludeva il saggio al “palagio di quell’Arte addivien casa di Dante” (il palazzo dell’Arte della Lana di via Calimala, dal 1903 proprietà della Società Dantesca Italiana), e proprio presso “l’«agna mansueta e gentile», che i lanaiuoli vi scolpivano nel 1308”. Unendo anche il «bello ovile» dell’Alighieri al sonetto del Petrarca, affermava infine di leggere “sotto i velami poetici, una pagina di storia fiorentina, che [...] era sempre storia” di Dante, “storia degli amori suoi e de’ dolori, de’ suoi ideali e de’ suoi disinganni, della sua anima e della sua poesia”.
Paola Ircani Menichini, 12 dicembre 2025. Tutti i diritti riservati.
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